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Project AWARE News
 

 
 

"LA VERA FACCIA DEL 'KILLER'"

 
             
 

Kurt Amsler
Project Adviser di Project AWARE

Gansbaii, Sudafrica, ottobre 2001
Ormai erano due ore che stavo in assetto a 6 metri di profondità, con la macchina fotografica pronta, immerso in mezzo a un’enorme prateria di alghe, a guardarmi in giro. La temperatura nelle zone del Capo di Buona Speranza a fatica raggiunge i 12°C e, nonostante la muta stagna, tremavo come una foglia. Però non mi volevo arrendere e continuavo a sperare prima o poi di riuscire a vedere l’animale per il quale mi ero recato in quella zona: lo squalo bianco!

 
             
 





Campagna di protezione degli squali

 

Raduno degli squali bianchi
Nello stretto canale tra Dire Island e Geisher Rock, i grandi bianchi pattugliano in cerca di qualche preda qui abbondante: infatti su Geisher Rock vive una delle colonie più numerose di foche del Capo di Buona Speranza. Questo è uno dei motivi della presenza di un grande numero di squali bianchi, soprattutto nell’inverno sudafricano, cioè, nei mesi da maggio a ottobre. Le foche sono il cibo preferito dai bianchi, ma anche per un cacciatore praticamente perfetto è molto difficile riuscire a prenderne più di un paio, 4 al massimo in un mese. Nel frattempo gli squali bianchi si devono accontentare di pesci o di altri pescecani che vivono sul fondo. Il kelp che circonda le isole offre alle foche un ambiente abbastanza sicuro e così ci si scatenano nel mezzo. In questo momento infatti sono io l’oggetto dei loro giochi e si divertono a tirarmi le pinne, le fruste ed altre parti della mia attrezzatura. La loro esuberanza e la loro voglia di giocare diventa fatale per molte di loro, quando si spingono troppo nel canale dove gli squali le possono localizzare velocemente e attaccare.

Animali timidi
Gli squali, tra cui anche i bianchi, non sono affatto le bestie feroci che ci vogliono far credere films come “Jaws” o altri. Tutt’altro! Gli squali sono animali timidi e temono in particolare i subacquei che, con il rumore dei loro erogatori e con le bolle, irritano i loro organi sensoriali. In generale l’uomo non viene identificato dallo squalo come una preda, perché è comunque qualcosa di sconosciuto. L’istinto del cacciatore altamente sviluppato gli suggerisce perciò di evitare qualsiasi contatto. Considerate che la possibilità che un subacqueo incontri uno squalo bianco sott’acqua è di 1: 10 milioni!!! Perciò è molto difficile riuscire a fotografare gli squali. Una profonda conoscenza dei loro comportamenti e delle loro tecniche di caccia può essere, a volte, l’unico modo per rintracciarli; non è, comunque, una garanzia per l’esito positivo della nostra caccia fotografica. Intorno a queste isole, le probabilità sono buone, perché gli squali si devono muovere in un territorio abbastanza stretto per trovare le proprie prede. Facendogli l’agguato, in mezzo alle foreste di kelp, per ore e ore, c’è la possibilità di vedere prima o poi passare uno di loro.

 
             
 

Un altro trucco può essere quello di sfruttare la loro capacità di sentire, anche a distanza di molte miglia, l’odore del sangue o dell’olio di pesce. Usando fegato di tonno o altre esce, si possono attirare gli squali. Una volta che hanno localizzato l’odore, lo seguono fino alla fonte. Quando sono vicini alla barca, è comunque necessario muoversi con cautela: movimenti bruschi, frangenti, le ombre delle persone o attrezzature di bordo sono sufficienti per spaventarli e scacciarli. Se oltre tutto si trovano dei sub nell’acqua, attenzione. Una respirazione affannosa, movimenti rapidi o diretti verso di loro, li farà sparire subito.

Tutto ciò comprova che l’immagine del “killer” feroce, sostenuta tanto volentieri e da decenni dai media, è più che errata. Gli scienziati che studiano gli squali ne hanno sufficienti prove. La prontezza alla fuga si vede anche dalle mie fotografie: le pinne pettorali rivolte verso il basso consentono all’animale di sfuggire in qualsiasi momento girando da entrambi i lati.

Minacciati di estinzione
Lo squalo bianco, da sempre e ancora oggi, viene considerato pericoloso per l’uomo. Non si riesce a liberarlo dell’immagine di “killer”, nonostante , in tutto il mondo ed all’anno, non siano più di 2 o 3 gli attacchi in cui un uomo viene ferito da uno squalo bianco. Gli esperimenti del dott. Erich Ritter, famoso ricercatore sugli squali, dovranno servire, appunto, a determinare se si tratti di “malintesi” o di attacchi veri e propri. Non è vero nemmeno che fra gli squali, una volta sentito l’odore del sangue, inizi una voracità frenetica. Al fine di scattare qualche foto degli squali ci siamo serviti da sempre di esche e di sangue di pesce. Durante centinaia di incontri, anche con più di un esemplare, non siamo mai stati attaccati o morsi. Il fatto che gli squali si avvicinino alle barche non è dovuto alla voglia di uccidere. Sappiamo che sono i campi magnetici creati dal metallo e dai motori delle barche ad attirare questi animali. Ci sono tante altre esperienze fatte con gli squali, in superficie e sott’acqua, che provano chiaramente che la maggior parte di quello che si dice o scrive sugli squali e del bianco in particolare è falso. Il problema è che a nessuno da fastidio che essi vengano screditati. Da sempre gli uomini hanno visto nello squalo un demone e di squali ce n’era un numero infinito. Oggi sappiamo che questi animali sono delle rarità evolutive e che sono stati fatti dalla Natura per mantenere in modo efficace un equilibrio dei mari. Oltre tutto sappiamo che non sono né cattivi né malvagi. Quei perfetti cacciatori oggi sono diventati prede ed il loro numero è stato ridotto in maniera tale da minacciare di estinzione alcune specie. Ogni anno, in tutto il mondo vengono ammazzati 100 milioni di squali!!! Gli scienziati stimano che alcune specie numericamente si sono già ridotte dell’80%. Benché non ci siano dati precisi riguardanti lo squalo bianco, si presume che il numero degli esemplari esistenti non sia sufficiente a garantire la sopravvivenza della specie.

 
             
 

 

Faccia a faccia con il grande bianco
“Haai op die aas!” Andre Hartman sta indicando a poppa dove vediamo la pinna dorsale grigia che fende la superficie mossa dal vento e dalle onde. A distanza di almeno due metri spunta dall’acqua il lobo superiore della lunga coda che sta spingendo verso di noi un enorme corpo grigio a chiazze marroni. Abbiamo aspettato tre ore nella nostra piccola barca, buttando ogni tanto qualche pezzetto di fegato di tonno nell’acqua. Nessuno sa fino dove la corrente ha portato l’odore del pesce, però sappiamo che da qualche parte il grande bianco l’ha sentito e l’ha seguito come un binario fino alla nostra barca.

Ora si tratta di non perderlo. Se ne occupa Andre, uno dei più grandi esperti nel contatto con i bianchi. Si è inginocchiato sulla piccola piattaforma a poppa e, con molta attenzione, sta lanciando allo squalo un grosso pezzo di tonno legato ad una cima. Ritirandola piano piano, l’animale si sta avvicinando sempre di più alla barca nel tentativo di addentare la preda. Nel momento in cui la grande testa quasi sta toccando il motore di sinistra, Andre allunga la mano nell’acqua. Come se lo squalo realizzasse soltanto ora di trovarsi in vicinanza di una barca, cerca di ritirarsi all’istante. Durante questa manovra di retromarcia, la sua testa esce dall’acqua e me la trovo a meno di un metro di distanza. Vedo perfettamente gli acutissimi denti canini della mascella superiore e gli affilatissimi triangoli della mascella inferiore. Sono stati loro, tanti anni fa, a dare a questo animale il suo nome: Carcharodon carcharias – quello con i denti dentellati.

 
             
 

Con la mano, Andre gli passa intorno al naso, come se lo volesse accarezzare. Lo squalo inclina la testa ancora di più all’indietro e rimane fermo in questa posizione; sembra che abbia un legame misterioso con l’uomo. C’è il silenzio assoluto, l’unico rumore proviene dalla mia camera che cattura l’immagine di un uomo che pare di ipnotizzare il più grande predatore del nostro pianeta!!
L’attimo sembra eterno. In realtà dura soltanto qualche secondo, poi Andre ritira il suo braccio. Lo squalo rimane sospeso a mezz’aria per un istante, prima di rientrare nell’acqua andando giù di lato. Riusciamo a vedere un’ultima volta il suo addome bianco e poi sparisce nel profondo blu-verde del mare.

Il comportamento da noi osservato pone un nuovo enigma agli studiosi. Si tratta di una specie di “immobilità tonica” dovuta alla tensione corporea dell’uomo che gli squali sentono amplificata milione di volte? E’ il campo magnetico dell’uomo che sovraccarica di stimoli elettromagnetici il cervello dell’animale o questo si confonde semplicemente perché non riesce ad addentare quello che si trova così vicino alla sua bocca?

Non sta a me a scoprirlo. Voglio soltanto “correggere” con le mie foto l’inquadratura dello squalo bianco e distruggere l’immagine di “killer”. Lui ha maledettamente bisogno di pubblicità positiva. Altrimenti, un animale che sopravvive da 6 milioni di anni senza alcuna correzione evolutiva, rischia di essere decimato a tal punto da sparire dai nostri oceani nel corso dei prossimi 50 anni.

 
             
 

“Great White Shark Expedition 2002” di Kurt Amsler

E’ il sogno di tutti i subacquei incontrare una volta nella vita lo squalo bianco e di filmare il più perfetto predatore degli oceani!

La spedizione
Dopo il suo primo viaggio dal “bianco”, Kurt Amsler tornerà in Sudafrica con una spedizione di massimo 6 persone. Il viaggio porterà i partecipanti a “Gansbaii”, a circa 150km a sud di Città Capo. Questa zona è senza dubbio la capitale degli squali bianchi. Da nessun’altra parte si trovano tanti individui in un’area relativamente piccola e tanto vicino a costa.

La spedizione avrà luogo dal 24 agosto al 5 settembre 2002.

Ulteriori informazioni!
Potete trovare ulteriori informazioni sulla spedizione e sugli squali bianchi sul sito: www.photosub.com o scrivete a kurt@photosub.com!

 
             
 

05/2002